Gli stati generali del latte

05/11/2010

Il prezzo del latte italiano alla stalla è tra i più alti d’Europa eppure i ricavi degli allevatori nel nostro Paese sono sempre al limite della copertura dei costi di produzione. Non è questa certamente una novità, anche perché il nostro latte viene trasformato, per circa il 50%, in formaggi a Denominazione di Origine Protetta, il massimo livello di tutela e di garanzia riconosciuta al settore.

Il prezzo del latte italiano alla stalla è tra i più alti d’Europa eppure i ricavi degli allevatori nel nostro Paese sono sempre al limite della copertura dei costi di produzione. Non è questa certamente una novità, anche perché il nostro latte viene trasformato, per circa il 50%, in formaggi a Denominazione di Origine Protetta, il massimo livello di tutela e di garanzia riconosciuta al settore.

I dati presentati da Ismea, nell’ambito della settima edizione degli Stati generali del latte alla Fiera internazionale del bovino da latte di Cremona, parlano chiaro:la produzione di 100 kg di latte prodotto costa, ad un allevatore tipo del Veneto 46 euro (circa 43 euro in Lombardia) e, considerando la evidente variabilità esistente tra i diversi distretti lattiero caseari sul territorio nazionale, i costi totali che gravano sulle aziende italiane sono tra i più elevati in Europa.

Nel Regno Unito, ad esempio, per la medesima quantità di latte vengono spesi 32 euro. La differenza è data dalla diversa incidenza dei costi specifici quali l’acquisto degli alimenti (30%), dei prodotti energetici (5%) o dell’affitto dei terreni. L’ultima analisi territoriale condotta nel 2009 dalla stessa Ismea (in collaborazione con Crpa) su un campione di circa 50 aziende del Veneto, Piemonte e Lombardia rivela che il prezzo corrisposto agli allevatori per 100 kg di latte remunera i costi diretti (mangimi, materie prime, energia ect.) ma non del tutto i costi per l’uso dei fattori di produzione (terra, capitali e lavoro).

Ciò a conferma che, generalmente, il mondo agricolo, nelle valutazioni di tipo economico, applica criteri inadeguati, dimenticando quanto il valore di elementi quali la terra, il lavoro dell’uomo e gli impegni finanziari siano determinanti e, in particolar modo in Italia, possano concorrere a creare quel divario con altri paesi.

L’andamento dei prezzi e dei costi tra il 2005 e il 2009 conferma che produrre latte è costato sempre di più, offrendo margini di guadagno agli allevatori progressivamente meno interessanti ma pare che, almeno per i primi 9 mesi del 2010, la tendenza sia invertita. In riferimento alle aziende del campione della Lombardia, principale regione produttrice, nel periodo 2005-2009 il prezzo del latte è riuscito a remunerare solo parzialmente il costo di produzione.

Considerando i ricavi complessivi dell’azienda agricola (premio unico aziendale ed i ricavi della vendita delle carni) solo nel 2005 la differenza costi/ricavi ha generato un attivo. Sulla base di questi elementi il settore ha più  volte richiesto, in particolare nel corso del 2010, un adeguamento del prezzo della materia prima, che solo ultimamente è stata parzialmente accolta.

Relativamente ai costi di trasformazione del latte, prendendo il Grana Padano quale formaggio di riferimento, si evince che nel 2009 gli effettivi costi di lavorazione hanno pesato il 46% del totale, mentre il restante 54% è suddiviso tra servizi (contributi versati al consorzio di tutela e per il pagamento del servizio di raccolta latte), spese generali, interessi e ammortamenti diversi.

A fronte di tali evidenti ed oggettivi riscontri, solo negli ultimi mesi il mercato ha riconosciuto un corrispondente incremento delle valutazioni dei formaggi che, allo stato delle cose, paiono offrire quel doveroso riconoscimento economico agli sforzi messi in campo da produttori e trasformatori. Nel contempo i volumi delle vendite non sono cambiati, a dimostrazione che il consumatore è disposto, per specifiche tipologie di prodotti, a mantenersi fedele nell’acquisto, magari ricercando, più che in passato, offerte speciali e promozioni.
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